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mercoledì 11 settembre 2013

#fuori tutti dalle #galere

Fuori tutti dalle galere!

Come sembra, Berlusconi avrà un trattamento diverso dalla condanna avuta dopo regolare processo fino al 3° grado di giudizio, e se anche il percorso previsto in questi casi dal Parlamento, verrà aggirato, rivendichiamo parità di trattamento per tutti i condannati: fuori tutti dalle galere. Per gli autentici e sovrani delinquenti che stanno in Parlamento, è tempo di rispolverare (e lubrificare) la ghigliottina.
Liberi tutti

martedì 3 settembre 2013

Non si arriva a #finemese e loro parlano di #Berlusconi

Schifani: 'Se in Giunta voto politico, governo finito'

A meno di 24 ore dall'ufficio di Presidenza che deciderà i tempi del dibattito sul caso Berlusconi, nella Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato la tensione è già alle stelle. Sui tempi, sui modi e sugli stessi componenti della Giunta. Il capogruppo Pdl al Senato Renato Schifani avverte infatti che un voto politico da parte dei senatori significherebbe la fine del governo e chiede al presidente del Senato Pietro Grasso di sostituire i membri della Giunta che hanno già espresso le proprie valutazioni. Trovando, tuttavia, il secco 'no' di Grasso: "non è possibile, il regolamento non lo prevede". La giornata, del resto, non è iniziata nel migliore dei modi con il presidente della Giunta Dario Stefano (Sel) che, in un'intervista all'Unità, prannunciava tempi "ragionevolmente rapidi" e senza "scappatoie elusive in giuridichese". Parole che hanno incendiato gli animi del Pdl. E in trincea è sceso proprio Schifani, richiamando dapprima Stefano all'esigenza di "terzietà ed equilibro" e chiedendo quindi direttamente al presidente del Senato Pietro Grasso di valutare la sostituzione dei membri della Giunta che hanno già espresso le proprie valutazioni prima di andare "in Camera di Consiglio per deliberare nel segreto del dibattito". Fatto "inaccettabile e gravissimo", ha incalzato Schifani trovando però un muro invalicabile da parte di Grasso, secondo il quale il caso non rientra in quelli disciplinati dal regolamento del Senato e, allo stesso tempo, valutazioni "sono emerse da esponenti di tutte le forze politiche". Valutazioni che a sei giorni dalla presentazione in Giunta della relazione di Andrea Augello sembrano non dare alcuna chance al Cavaliere, con il Pd fermo sulle proprie posizioni. Di contro la linea che sarà adottata dai 6 membri in quota Pdl appare chiara. "Chiederemo un voto di merito sulla non decandenza o in subordinata una devoluzione alla Corte costituzionale o alla Corte Europea" dei diritti umani, è il piano di battaglia illustrato da Schifani che avverte come il Pdl non intende allungare i tempi della decisione ma solo proteggere il diritto di difesa del Cavaliere. Mentre sul possibile ricorso alla Consulta sulla costituzionalità della legge Severino le parti restano lontanissime, anche se il ministro Cancellieri apre un timido spiraglio. Per Stefano il 2 luglio scorso la Giunta si è gà autodeterminata a non ricorrere alla Corte Costizionale e ora "non puà smentire se stessa". Per il senatore Lucio Malan (Pdl), invece, la finestra esiste e un simile ricorso fu già richiesto nel 2008 sul caso dell'eleggibilità di Nicola Di Girolamo e in merito alla costituzionalità della legge Tremaglia. Un eventuale richiesta di ricorso, inoltre, andrebbe inoltrata solo quando la Giunta si riunisce per la 'contestazione' dell'elezione del senatore interessato. Da qui, anche, l'importanza dei tempi e della durata dei lavori della Giunta, su cui l'Ufficio di Presidenza si pronuncerà domani. E all'ultimo piano del complesso di S. Ivo alla Sapienza - sede della Giunta -, con una prassi che prevede decisioni prese all'unanimità, si consumerà probabilmente un anticipo della battaglia prevista per lunedi' prossimo, quando Andrea Augello (Pdl) presenterà la relazione redatta per difendere il Cavaliere.

sabato 31 agosto 2013

Via il #conflitto restano gli #interessi di #Berlusconi


VIA IL CONFLITTO RESTANO GLI INTERESSI.

Il predominio berlusconiano sui mezzi di comunicazione continua a far danni. Non tanto per la propaganda a favore del Cavaliere. Ma per la creazione di un comune sentire ad personam che ha stravolto tutto. di Marco Travaglio, da L'Espresso, 30 agosto 2013 Nel 1995 l'Italia votò i referendum per una severa antitrust nel mercato della tv e della pubblicità. Ma il combinato disposto fra il solito disimpegno della sinistra per il Sì e il bombardamento delle reti Fininvest per il No li fece fallire: il 55-57 per cento degli italiani votò per lasciare le cose come stavano. Norberto Bobbio osservò amaro: «Il motivo principale per cui Berlusconi ha vinto il referendum che tendeva a diminuire il suo potere televisivo è stato il fatto stesso che aveva questo potere» e invitò i promotori a continuare la lotta contro la legge Mammì, perché l'esito dei referendum «è la prova che avevano ragione coloro che vi si sono opposti... e continueranno a opporsi con maggiore abilità, spero, per la sorte della nostra democrazia». Sono trascorsi 18 anni e il predominio berlusconiano sui mezzi di comunicazione ha continuato a far danni. Non tanto per la propaganda a favore del Cavaliere. Ma per la creazione di un "comune sentire" ad personam che ha stravolto tutto: la Costituzione, le leggi, la logica, perfino il buonsenso. La prova decisiva è proprio quanto sta accadendo dopo la sua prima condanna definitiva, al termine di un lungo inseguimento dei giudici iniziato ben prima del suo ingresso in politica. Oggi, per dire, si discute animatamente sulla sua permanenza o meno in Parlamento, in base a una legge Severino che ha visto spuntare dal nulla un nugolo di critici non appena s'è posto il problema di applicarla a lui. Senza il supporto dei suoi giornali e tv, il Cavaliere pregiudicato sarebbe disarmato di argomenti: nessun giornale indipendente sarebbe andato a scovare presunti giuristi disposti ad affermare che il decreto varato otto mesi fa per escludere i condannati dal Parlamento non vale per chi i reati li ha commessi prima. Se, poniamo, si facesse una legge per vietare ai condannati per pedofilia di insegnare nelle scuole, nessuno si sognerebbe di sostenere che un pedofilo è stato condannato ingiustamente, o di pedinare e screditare i giudici che l'han condannato, o di chiedere che continui a insegnare perché ha molestato bambini prima del varo della legge. Specie se il pedofilo avesse votato la legge che esclude i pedofili dall'insegnamento. E se il pedofilo pretendesse di restare fra i banchi di scuola, verrebbe massacrato da tutta la stampa, con ampi particolari del suo gravissimo delitto. Ma un pedofilo non farebbe mai una cosa simile: anzi sparirebbe per la vergogna della condanna. Difficilmente infatti controllerebbe giornali e tv, stipendiandone i giornalisti. Invece, mutatis mutandis, è proprio per questo che tanti giornali e tv pedinano e screditano i giudici che han condannato Berlusconi (costringendoli a replicare e poi dicendo che parlano troppo e sono "schierati"); occultano totalmente il suo gravissimo reato; e sostengono che la legge da lui stesso votata otto mesi fa su decadenza e incandidabilità dei condannati per lui non vale: il condannato quei giornali e tv li possiede e quei giornalisti li stipendia. Infatti, anziché andare a nascondersi per la vergogna di una condanna per frode fiscale, tiene comizi, rifonda partiti, raduna truppe, detta condizioni al governo, al parlamento e al capo dello Stato. E tutti lo stanno a sentire. Anche le figure e le testate "indipendenti" o "terziste", che confondono l'imparzialità con l'ignavia e ritengono che la giusta posizione sia sempre la via di mezzo fra la sua e quella dei suoi avversari. Così, più sono insensate, illegali, incostituzionali, illogiche le posizioni di Berlusconi, più si spostano verso di lui gli "indipendenti" e i "terzisti". I quali vent'anni fa davano per scontata l'ineleggibilità di chi aveva il conflitto d'interessi e l'esigenza di una legge per eliminarlo, mentre oggi l'hanno rimosso e ne sono le vittime più o meno consapevoli. Infatti, sempre in equilibrio fra i pro e i contro, dibattono sul diritto del condannato a restare (e a tornare per l'ottava volta) in Parlamento, senza più rammentare che in Parlamento non avrebbe mai potuto entrarci, neppure da incensurato. Il conflitto d'interessi è alla sua massima apoteosi, ma nessuno lo nota più: proprio a causa del conflitto d'interessi.