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martedì 1 ottobre 2013

#Letta investito come #Salvatore

Alitalia, Ansaldo, Telecom, la corsa contro il tempo di Letta sui dossier.

"Il Paese non si fermerà per gli interessi di Berlusconi". Enrico Letta è stato tranchant. E soprattutto non ha perso tempo per dimostrare l'assunto. Per un giorno Palazzo Chigi è sembrato persino più affollato della stazione Termini. Non solo per i continui incontri sulla crisi politica. No. Proprio nel giorno in cui i vertici politici di tutti i partiti si confrontavano con il presidente del Consiglio in quelle che all'esterno sono apparse come un irrituale giro di consultazioni, nelle stesse sale si intrecciavano tavoli di crisi come quello di Alitalia, entravano e uscivano capi azienda di società pubbliche come il numero uno di Finmeccanica Alessandro Pansa e quello della Cassa Depositi e Prestiti Giovanni Gorno Tempini, si trovava persino il tempo di affrontare dossier scottanti come quello di Telecom. Il messaggio è apparso subito chiaro. Mentre il governo è impegnato a risolvere problemi e ad impedire che pezzi importanti dell'industria nazionale finiscano in mani straniere, nel vuoto di potere, Silvio Berlusconi con i suoi problemi personali fa perdere tempo distraendo l'attenzione dalle questioni reali del Paese. Il vertice su Alitalia è stato quasi surreale. Iniziato in mattinata con la presenza di un ministro dimissionario come Maurizio Lupi, titolare del dossier sulla compagnia di bandiera. Eppure Letta, Lupi e Zanonato sono riusciti a mettere attorno allo stesso tavolo i vertici di Alitalia, quelli delle banche alle quali il governo ha chiesto di dare sostegno alla compagnia, i principali creditori come Eni e gli Aeroporti di Roma, società pubbliche come Sace in grado di garantire al vettore il rientro da crediti incagliati come gli 80 milioni di euro bloccati dal Venezuela e che potrebbero dare ulteriore ossigeno. Insomma, l'intenzione di Letta, come se nulla fosse, si è messo a lavorare ad una nuova operazione di sistema per scongiurare il rischio che Alitalia finisca nelle mani di Air France pronta a rilevarla da un eventuale fallimento praticamente gratis e ripulita dai debiti. In serata i francesi hanno appunto fatto sapere di essere pronti a salvare la compagnia, "ma a condizioni stringenti". Parigi non solo non vuole il debito, non vuole nemmeno che il vettore si sviluppi sulle tratte internazionali già coperte dai suoi aerei e vuole il comando assoluto sulla società della Magliana. Lo scopo del tavolo di Palazzo Chigi, insomma, è quello di comprare tempo. Convincere le banche, Intesa e Unicredit, a sottoscrivere l'eventuale inoptato dell'aumento di capitale da 100 milioni (più 55 milioni del vecchio prestito obbligazionario) e garantire 200-250 milioni di finanziamenti. Ai creditori, come Eni, è stato invece chiesto uno slittamento dei pagamenti. Comprare tempo, si diceva, per permettere alla compagnia di poter trovare un partner, come Aeroflot, Eithad, o le Ferrovie Italiane (è l'ipotesi più suggestiva che circola a Palazzo Chigi, ma dal quartier generale delle Fs smentiscono di essere stati interpellati) trattando da una posizione che sia meglio di quella attuale obiettivamente difficile. L'incontro è stato interlocutorio e il tavolo si è aggiornato alla prossima settimana. Ci sono altri dossier più urgenti. Come quello su Ansaldo Energia, Breda ed Sts. In settimana ci sarà il consiglio d'amministrazione di Finmeccanica che potrebbe deliberare la vendita ad uno dei partner stranieri che da tempo si sono detti interessati ai business civili del gruppo della difesa. Fuori la porta, pronti a comprare Ansaldo Energia, ci sono i coreani di Doosan. Ma anche i giapponesi di Hitachi, gli americani di General Electric, guardano con interesse le altre due Ansaldo. I sindacati vedono come fumo negli occhi il passaggio da Finmeccanica ad uno di questi soggetti e hanno proclamato, se non ci saranno novità da parte del governo, uno sciopero per il 4 ottobre. Il ministro dello Sviluppo, Flavio Zanonato, ha assicurato che almeno su Ansaldo Energia il governo è pronto a intervenire. A varcare il portone di Palazzo Chigi oggi è stato l'amministratore delegato della Cdp, Gorno Tempini. La Cassa sarebbe pronta ad un intervento sulla società, ma i sindacati chiedono che Cdp si faccia carico anche di Breda e Sts. Il terzo dossier di cui Letta si è occupato oggi è quello di Telecom. Telefonica ormai ha la strada spianata. Giovedì il presidente del consiglio di amministrazione, Franco Bernabé, presenterà le sue dimissioni al board. Aveva spinto per un aumento di capitale e si era messo di traverso agli spagnoli. Non ha trovato sponde e per non spaccare il consiglio ha deciso il passo indietro. Già si lavora alle deleghe dal conferire al prossimo presidente, l'attuale amministratore delegato delle Poste Massimo Sarmi. Il governo, dal canto suo, aveva prima annunciato guerra prospettando addirittura una modifica della legge sull'Opa per rendere salatissima la scalata di Telefonica. Poi Letta ha fatto dietrofront. Ma oggi Palazzo Chigi ha trasmesso alle Camere un regolamento che allarga i "golden power" alla rete telefonica, compresa la banda larga e quella ultralarga. Un modo per rispondere all'allarme dei servizi segreti sui rischi per il Paese in caso di perdita del controllo della rete. Ma davvero Telefonica ha intenzione di prendere il controllo di Telecom? In realtà, a leggere bene i patti parasociali siglati con le banche, il gruppo spagnolo anche una volta salito al 70% della scatola Telco, potrebbe decidere di non convertire le speciali azioni senza diritto di voto in azioni ordinarie. E potrebbe anche decidere di non esercitare l'opzione "call" che gli darebbe diritto a comprare le quote residue nel portafoglio delle banche. Così, spendendo solo 700 milioni di euro, congelerebbe la situazione di Telecom all'esistente senza avere nessun problema di antitrust.

#Alfano all' #arrembaggio del #governo #Letta

La lunga notte di Alfano alla ricerca del quid.

Due anni fa fu imposto dal Cavaliere come segretario Pdl. Gli deve tutto. Strapperà davvero? Angelino Alfano e Silvio Berlusconi 1 October 2013 «Nuovi concetti si affacciano alla mente, ma non è ancora il tempo giusto per realizzare. Sera con amici». A dare retta al suo oroscopo di oggi, Angelino Alfano farebbe bene a evitare ogni strappo. Lo zodiaco non mente. «L’ambiente in cui svolgete la vostra attività - rivelava stamattina Branko ai nati sotto il segno dello Scorpione - è certamente agitato». Difficilmente saranno le stelle a salvare il Popolo della libertà dalla scissione. Eppure sembra che al mattino Alfano non esca di casa se prima non ha consultato il responso degli astri. Una piccola e innocua mania, come quella per i giochini sul telefono cellulare. Così almeno ha raccontato Luigi Bisignani nel suo libro “L’uomo che sussurra ai potenti”. Astrologia a parte, Angelino Alfano è l’uomo del giorno. Giovane segretario del Pdl, dimissionario vicepremier del governo Letta. In queste ore il destino della legislatura e del centrodestra italiano passano (anche) dalle sue decisioni. «Ha l’occasione di entrare nella storia di questo Paese - annunciava forse con un po’ troppa enfasi l’ex pidiellino Giuliano Cazzola - Deve solo dare prova di coraggio e abbandonare il Cavaliere al suo destino». In tasca le immancabili mentine, l’Alfàn-prodige ha in mano le sorti del governo. Lo chiamano così i suoi colleghi di partito. Un soprannome ironico, che pure evidenzia un excursus raro nel Pdl. Il segretario Angelino è uno che ha fatto la gavetta. I gradini della politica li ha percorsi tutti, da quando era giovanissimo. Merito del padre Angelo, probabilmente, vicesindaco democristiano di Agrigento. E proprio lo Scudo Crociato è stato il primo approdo di Alfano. Nel 1994 la discesa in campo del Cavaliere lo folgora mentre è segretario del movimento giovanile Dc nella sua città. Inizia allora la lunga carriera all’ombra del berlusconismo. Consigliere provinciale, deputato regionale, poi il grande salto a Montecitorio. Nell’isola il suo sponsor politico è Gianfranco Miccichè. Così almeno spiegherà il sottosegretario in una recente intervista al Corriere della Sera. Alfano? «L’ho inventato io. Quando l’ho conosciuto non era nessuno. Io l’ho scelto, io l’ho candidato alle Regionali, io gli ho messo in mano Forza Italia all’Ars... Stava sempre con me. Poi, quando Berlusconi mi chiese un ragazzo che gli facesse da assistente glielo portai». Chissà se è vero. Di sicuro ora i rapporti tra i due sono pessimi. E tra i diretti interessati nessuno ne fa mistero. Giovane, dunque. Perché Alfano è del 1970. Sposato, padre di due figli, a fine mese festeggerà i 43 anni. E come ogni giovane di belle speranze dalla carriera spianata, destinato ad essere invidiato. L’ascesa di Angelino è stata spesso accompagnata dai commenti maligni di chi si è visto passare avanti. Come questi giorni, quando alla Camera qualcuno si è divertito a riportare un presunto virgolettato del Cavaliere. Dicono che domenica, discutendo a pranzo di un rischio di scissione dei gruppi parlamentari, Berlusconi si sia quasi stupito. «Ma dove vanno senza di me? Alfano al massimo sarà il terzo dei non eletti nelle liste di Scelta Civica». Cattiverie, forse. Al pari di quell’accusa di essersi circondato da troppi collaboratori. Un piccolo esercito di segretari e addetti stampa, spargono veleno i suo detrattori, che finirebbe per pesare oltremodo sui bilanci del partito. Difficile verificare. E forse anche inutile. Del resto anche in politica le malelingue lasciano il tempo che trovano. Tra un’invidia e l’altra, la carriera di Alfano prosegue senza soste. Nel 2008 diventa il più giovane ministro della Giustizia della Repubblica (da Guardasigilli passerà alla storia per il discusso omonimo Lodo). La scorsa primavera è titolare del Viminale. E proprio da vicepremier del governo di larghe intese il segretario si trova a gestire la difficile crisi di questi giorni. Per la prima volta pronto a dissentire pubblicamente dal Cavaliere. Disposto al braccio di ferro per salvare la permanenza a Palazzo Chigi di Enrico Letta, a cui è legato da amicizia bipartisan. È presto per sapere come andrà a finire. La trattativa con il Cavaliere è in corso ma già così è uno strappo inatteso per chi ha sempre messo nel conto che mai Alfano - «Angelino è bravo ma gli manca il quid», disse una volta il Cavaliere - avrebbe osato sfidare il suo mentore. Un confronto a tratti anche duro, raccontano (alla faccia della presunta mancanza di “quid” cui l’aveva accusato tempo fa il suo mentore). Intanto Alfano si scopre “diversamente berlusconiano”, stando alla sfortunata locuzione con cui ha recentemente marcato la distanza dal cerchio magico di Verdini e Santanchè. Forse non è il caso di scomodare Freud, ma certo per il vicepresidente del Consiglio potrebbe essere giunto il momento di emanciparsi dall’ingombrante genitore. Politico, s’intende. Di Berlusconi doveva rappresentare la continuazione senza strappi. Il delfino designato per raccoglierne il testimone al momento giusto (e a Palazzo Grazioli probabilmente speravano che il momento arrivasse il più tardi possibile). Anche per questo l’estate di due anni fa il Cavaliere lo aveva imposto al partito come nuovo segretario del Pdl. Chi era presente alla grande assemblea di via della Conciliazione ricorda bene quella giornata. La nomina non era stata nemmeno votata. Di quella incoronazione restano le immagini di repertorio. I due sul palco, Alfano acclamato dalla platea come aveva chiesto l’anziano leader. Alle cronache resta un solo dissidente. Un consigliere regionale del Friuli che tra le ovazioni festanti si era permesso di alzare la mano in segno di dissenso. Unica voce fuori dal coro. Allora. E domani...?

#Usa lo #Shutdown 800mila persone a casa

Shutdown Usa, il sito della Casa Bianca non aggiornato per colpa del blocco. 800 mila persone a casa.

Lo shutdown colpisce anche il sito della Casa Bianca. "A causa del fallimento del Congresso sul varo di una legge che finanzi il governo, le informazioni di questo sito potranno non essere aggiornate", si legge sul website presidenziale. "Alcune richieste non potranno essere processate e non saremo in grado di rispondere alle vostre domande", si legge ancora. E sulla homepage: "A causa del Congresso che non s'è assunto le sue responsabilità nel passare il bilancio, gran parte del governo federale chiuderà". "Lo shutdown è una cosa ingiusta", afferma il presidente americano, Barack Obama, rivolgendosi ai dipendenti pubblici colpiti dal blocco del governo federale per mancanza di fondi. "Troppo spesso venite trattati come un punching ball". La chiusura del governo federale, afferma Obama in una lettera pubblicata sul sito web del Dipartimento dell'energia, era "completamente evitabile", "non sarebbe mai dovuta accadere" e "la Camera del Rappresentanti può porvi fine" molto rapidamente, seguendo l'esempio del Senato. "Come disse una volta uno dei miei predecessori, George H. W. Bush: 'Non c'è nulla di più appagante - afferma ancora il presidente - che servire il proprio Paese e i propri concittadini, e farlo bene. Questo è ciò da cui dipende il nostro sistema di autogovernò". E ancora: "Continuerò a fare tutto ciò che in mio potere per far sì che la Camera dei Rappresentanti consenta al governo di riaprire al più presto possibile", afferma infine Obama nella lettera.
Come ci si è arrivati, perché e come sono finiti. Monumenti chiusi, uffici deserti e 800 mila dipendenti pubblici ai quali è stato detto di restare a casa a causa dello "shutdown" provocato dalla perenne crisi politica nella quale versa l'amministrazione di Washington. Gli effetti della serrata, la prima da 17 anni, vanno dal tragico al simbolico, con lo stop a un programma di distribuzione di cibo per donne povere e bambini e la chiusura al pubblico di un'icona come la statua della libertà a New York. Le prospettive di una rapida risoluzione alla crisi non sono chiare e gli economisti hanno avvertito che la ripresa in atto dell'economia americana potrebbe risentirrne, se lo shutdown durerà ancora diversi giorni. In una battaglia senza vincitori né vinti, che è tipica del divisivo sistema politica americano, i repubblicano hanno bloccato i fondi pubblici nel tentativo di smantellare, o quanto meno ritardare, la riforma sanitaria voluta dal presidente Barack Obama. Oggi le agenzie federali giudicate non essenziali sono tutte chiuse e al 97% dello staff della Nasa è stato rimandato a casa. In servizio sono rimasti i militari e la polizia di frontiera, ma il Pentagono ha potuto contare solo sulla metà dei suoi 800 mila impiegati civili. La maggioranza degli americani (72%), secondo un sondaggio dell'università di Quinnipiac University, si oppone alla manovra dei conservatori contro l'Obamacare. Il presidente, proclamando la prima serrata dal 1996, ha promesso che la situazione si sbloccherà presto. Lo shutdown ha colpito anche il circuito dei parchi nazionali, che nel mese di ottobre accolgono in media 25 milioni di turisti. Tra questi quello di Yellowstone e del Yosemite, che proprio oggi viene celebrato da un Doodle di Google per il suo 123esimo anniversario. Come spiega Fox News i parchi sono già chiusi a nuovi visitatori e chi si trova dentro a campeggiare ha due giorni di tempo per uscire. Gli impiegati dei parchi, compresi quelli del Grand Canyon, hanno ricevuto l'ordine di recarsi al lavoro alle 6 del mattino e non fermarsi più di quattro ore per svolgere l'essenziale.