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mercoledì 16 ottobre 2013

#FiscalCompact e la nostra #autodeterminazione #economica

"E' il Fiscal Compact bellezza!!!"

Sembra piuttosto surreale, fuori e indietro nel tempo, il dibattito sulla Legge di Stabilità approvata ieri sera (entro mezzanotte) dal Consiglio dei Ministri. Già i tempi ci segnalano che qualcosa è cambiato. Il governo italiano, entro le 24.00 di ieri 15 ottobre, doveva obbligatoriamente far pervenire la sua proposta di Legge di Stabilità alla Commissione Europea, che adesso avrà sei settimane di tempo per decidere se va bene o non va bene, se è compatibile o no con i parametri imposti dai Trattati Europei. Solo dopo potrà essere discussa in Parlamento, ma si comprende bene che dopo l'imprimatur della Commissione Europea non sarà possibile modificare neanche l'impaginazione di questa legge fondamentale dello Stato, quella che prima – in un'altra epoca – veniva definita Legge Finanziaria. “L'assalto alla diligenza” (solita banalizzazione del Corriere della Sera) e il ruggito dei peones in Parlamento non sarà più possibile. Cosa è successo?
E' successo che è entrato in vigore il Fiscal Compact (il Trattato Fiscale) voluto e imposto dalla Bce e dalla Commissione Europea senza che il parlamento o il paese abbiano potuto dire ne “a” né “ba”. Volendo qualche gruppo parlamentare o qualche forza politica avrebbe potuto provarci, ma non ci hanno neanche provato, così come il precedente Parlamento aveva approvato senza colpo ferire (se non qualche raro parlamentare) l'obbligo dell'introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione (un dettaglio che i maestri della “Via Maestra” si sono ripetutamente dimenticati di segnalare). Oggi è amaro constatare come le prime pagine dei giornali diffondano la velina di palazzo sul "messaggio rassicurante da dare al paese”. Tra virgolette compaiono i capitoli più rassicuranti delle misure varate dal governo Letta sul cuneo fiscale o sul rinvio dei tagli alla sanità.
Nessuno, ad eccezione di Federico Fubini su La Repubblica, ha ricordato come stanno le cose esattamente (più sotto ne riproduciamo l'articolo). La decostruzione della Legge di Stabilità riserva notizie fuorvianti (la riduzione del cuneo fiscale porterà in dote ai lavoratori solo tra i 10 e i 15 euro al mese) e negative, come l'accanimento contro i lavoratori pubblici, che di fatto stanno facendo da bancomat e da ammortizzatore sociale dentro la recessione. Ma ogni discussione sulla Legge di Stabilità resterà solo teorica e sulla carta fino a quando i tecnocrati della Commissione Europea non l'avranno radiografata, approvata o respinta.
Quindi per sei settimane si può solo continuare a fare congetture. Quello che manca totalmente è la riflessione o la denuncia sulle conseguenze dei Trattati europei approvati in questi ultimi tre anni. Tra questi il Fiscal Compact e il Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) hanno stretto la corda al collo del nostro e degli altri paesi deboli dell'Unione Europea e nei prossimi mesi/anni continueranno a stringere con maggiore o minore violenza, modulando la “terapia greca” con la “terapia francese”.
E' quasi disperante il grado di omissione o sottovalutazione di questa gabbia costruita dagli apparati dell'Unione Europea sull'Europa (non sono affatto la stessa cosa). In questo senso va salutato positivamente il coraggio politico del movimento politico Ross@ che ha deciso di buttare il sasso in piccionaia avviando una campagna che chiede il referendum proprio sui Trattati Europei. La Costituzione dice che non si può fare, la complicità bipartizan Pd-PdL dice che non si può fare, i media mainstream dicono che non si può fare, banche e Confindustria dicono che non si deve fare. La realtà ci dice che si può fare perchè è stato fatto. E' stato fatto nel 1989, era un referendum di indirizzo costituzionale appaiato alle elezioni europee, è stato fatto quando tutti erano europeisti e il Trattato di Maastricht era al di là da venire. Poi ogni volta che hanno un referendum sui Trattati Europei dove questo era possibile (Danimarca, Irlanda, Francia, Olanda) ha sempre vinto il NO. E' probabilmente questa la ragione per cui vogliono impedire alla società di esprimersi sulla materia. Loro ci dicono sempre “Ce lo chiede l'Europa”, noi cominciamo a rispondere “Ce lo chiede la democrazia e il senso di uguaglianza”.

martedì 15 ottobre 2013

#18ottobre #19O

Occupata la Borsa di Milano!

Ri-Vendichiamo Casa, Salute, Scuola, Reddito!
A Milano attivisti del centro sociale Cantiere hanno occupato piazza Affari, sede della Borsa, dietro lo striscione “Sappiamo bene chi sono i colpevoli di crisi e austerity..rivendichiamo casa, salute, reddito e diritti per tutte e tutti!”.
Un centinaio di compgn* sono entrati nel cortile interno della sede della Borsa di Milano, in piazza degli Affari, poco dopo le 15,30. Con loro, sfrattati e giovani precari che con cartelli, striscioni e bandiere.

Oggi #15O (Ottobre) in tutta Italia mobilitazioni contro l'austerity e la precarietà, durante la giornata globale di mobilitazione! Sono stati occupati studentati e biblioteche dagli studenti dell'università e dai giovani precari che a Roma, assieme ai movimenti per il diritto alla casa occupavano i supermercati contro il costo della vita troppo alto. Non possiamo e non vogliamo più pagare noi! La finanza, i mercati, queste entità misteriose dietro a cui si cela quell'1% che si impadronisce quotidianamente delle ricchezze prodotte dal restante 99% continua a dettare le regole del gioco.
Ci spiegano come si dovrebbe uscire da questa crisi, che hanno causato, proponendo sempre la stessa ricetta: tagli, austerity, finanziarie lacrime e sangue. Hanno trasformato l'Europa in una macchina di comando senza democrazia, in cui decidono schiere di tecnocrati. Nel mentre hanno fomentato la guerra tra poveri cercando di scaricare le loro responsabilità sui nostri fratelli della sponda sud del Mediterraneo, sui migranti, alimentando formazioni xenofobe e razziste.
Noi guardiamo ad un'altra Europa e un altro Mediterraneo: quello fatto di decine di piazze che si sono riempite di persone che, con un mare di rivendicazioni diverse, hanno insieme costruito momenti di visibilità e percorsi di auto-organizzazione. Il #19O sarà proprio questo, una piazza che si riempie e che racconta delle palazzine occupate nei quartieri solidali, delle università e delle scuole in lotta, dei territori resistenti come la Val Susa e Niscemi. L'occupazione della Borsa è stata una tappa di una mobilitazione che ha coinvolto (per parlare solo della metropoli milanese) diverse occupazioni di palazzine e case abbandonate, cortei e iniziative dei collettivi studenteschi delle scuole e delle università. E'un percorso di riappropriazione e rivendicazione dei movimenti sociali che passerà dalla piazza di Roma il #19O, il #20 e i giorni a seguire con una acampada e che poi tornerà a riempire il paese di esperienze di conflitto e autorganizzazione dal basso.

lunedì 14 ottobre 2013

#Sanità ancora #tagli basta con il #profitto

Sanità. Nuovi tagli per 4,5 miliardi in due anni?

Il premier Enrico Letta ha invitato a stroncare sul nascere la girandola di indiscrezioni sui contenuti della Legge di Stabilità, che verrà presentato domani in Consiglio dei ministri:
"Giornali a caccia di indiscrezioni spacciate per fatti sulla legge di stabilità. Invito a leggere testo vero del cdm martedì. Il resto è solo caos", ha detto Letta affidando la comunicazione pubblica ad uno stringato tweet. Ma ci sono indiscrezioni su nuovi tagli alle spese sociali che però sembrano trovare qualche fondamento.
Alcuni giorni fa il viceministro dell'Economia Stefano Fassina aveva dichiarato di non poter escludere che la legge di stabilità preveda nuovi tagli ed anche con cifre non trascurabili, soprattutto nel settore – già massacrato – della sanità : 3,5 miliardi di tagli per l'anno prossimo, e una ulteriore riduzione un miliardo e mezzo per il 2015. L’indicazione, tra l’altro, trova conferma sia nelle previsioni prevista negli anni scorsi della spending review che nel Documento Economico Finanziario (Def), questo infatti indica una progressiva riduzione della spesa sanitaria in percentuale al Pil, partendo dal 7,1% attuale fino ad arrivare al 6,7% del 2017. Non aiuta la vaghezza del ministro per lo Sviluppo Economico Flavio Zanonato, il quale intervenendo alla "Repubblica delle Idee" in corso a Venezia, si è mantenuto vago sul Fondo Sanitario.
I governatori delle Regioni appaiono tutt'altro che rassicurati dalle parziali smentite sui nuovi e pesanti tagli alla sanità. Negli ultimi tre anni le chiusure di interi ospedali, reparti, ambulatori, servizi sono diventate insopportabili mettendo a dura prova i livelli di assistenza sanitaria in molte regioni.
Nel 2011 la spesa sanitaria del nostro paese era già diminuita di oltre 2,9 miliardi in meno rispetto all’anno precedente e nel 2012 è diminuita ancora di più a causa degli ulteriori tagli. La sanità rappresenta un salvadanaio di 112 miliardi, a cui attingere, proprio come avvenuto per il sistema pensionistico.
La sottostima della spesa sanitaria è da sempre un elemento strutturale del bilancio dello Stato, questo ha creato una parte dei problemi relativi al disavanzo alimentando la crescita degli interessi bancari per le anticipazioni di cassa. Ora però i tagli hanno assunto un vero e proprio aspetto destrutturante e non sono compatibili con la sopravvivenza del sistema sanitario.

domenica 13 ottobre 2013

#SismaEmilia #basta con le #promesse

Emilia: Blocchi stradali per la ricostruzione

Lo avevano promesso e le promesse sono state mantenute. Dopo un anno e mezzo di non ricostruzione, la popolazione della Bassa ha bloccato per diverse ore il traffico della rotonda della Cappelletta del Duca (importante nodo per la viabilità del cratere), mandando un segnale chiaro e forte ai politici che finora li hanno riempiti di promesse quasi mai seguite da fatti concreti.
Sono scesi in strada molto determinati a farsi ascoltare perché non più disposti ad accettare in silenzio quello che sta succedendo sulle loro teste. La ricostruzione non è ancora partita e loro sono tuttora fuori dalle proprie case, senza alcuna prospettiva certa per il futuro. Col passare dei mesi, la burocrazia ha di fatto impedito che l'intero processo prendesse il via concretamente.
La classificazione dei danni recati agli edifici dal terremoto è stata rivista in molti casi, se ne è ridotta l'entità e conseguentemente il contributo che i proprietari dovrebbero ricevere. Inoltre, le pratiche presentate per richiedere tali fondi (MUDE) vengono riviste dai tecnici comunali, i quali trovano sempre un'infinità di cavilli per cui l'ammontare risultante del contributo viene abbassato consistentemente rispetto alla cifra originale.
Dunque molto spesso le pratiche non vengono presentate perché per portare a termine i vari progetti una buona parte dei soldi dovrebbe metterla i terremotati e molti di loro quei soldi non ce li hanno. Si potrebbe andare avanti ancora a lungo ad elencare tutte le problematiche che impediscono la ripresa di un intero territorio. Eppure tutto è riassumibile in un semplice concetto: la Regione ha deciso di impiegare per la ricostruzione della Bassa 6 miliardi di euro, mentre per ricostruire quanto è stato effettivamente danneggiato dal sisma servirebbero circa 13 miliardi.
E allora Errani e soci provano con ogni mezzo a far bastare quella cifra e per farlo usano la trappola della burocrazia, imponendo tagli su tutte le richieste dei terremotati o allungando i tempi di ottenimento dei fondi. Ma a questo punto molti abitanti del cratere lo hanno capito e non ne possono più di tutte le bugie che la cricca del Commissario ha propinato loro per più di un anno.
La manifestazione di oggi lo ha dimostrato. Nei cartelli dei manifestanti c'era scritto “Stato Pinocchio, la fola della ricostruzione che non c'è” , “Una burocrazia amica? Anziché poche regole chiare, un percorso ad ostacoli per i terremotati”, “Preziari regionali? Quel che manca è a carico dei terremotati” oppure “Errani, ridacci la casa” o ancora “La ricostruzione è decollata?” con un aereo Alitalia disegnato sopra, un chiaro riferimento polemico al modo in cui lo Stato decide di impiegare le risorse che ha.
Gli abitanti della Bassa hanno bloccato il traffico della rotonda in vari momenti della mattinata, cercando di sensibilizzare tutti gli automobilisti passati di là. “Ci dispiace arrecarvi un disagio, ma noi non ne possiamo più! Siamo qua solo a pretendere quello che ci spetta, rivogliamo le nostre case! Questa è una situazione che riguarda tutti gli abitanti del territorio; se la ricostruzione non parte le conseguenze le pagheremo tutti, anche chi la casa ce l'ha. Sarà la morte della Bassa!” I momenti di blocco si sono alternati da altri di socialità, mangiando gnocco, salumi e castagne e bevendo lambrusco.
Gli Emiliani si stanno svegliando e stanno riscoprendo il piacere della solidarietà e l'importanza di essere uniti nella lotta. Errani e soci sono la controparte e loro faranno di tutto per ottenere quello che gli spetta. Alla fine della manifestazione hanno detto chiaro e forte che la Capelletta del Duca è solo l'inizio e che loro sono determinati a continuare fino a che non otterranno quello che chiedono. Forza Bassa!

#Crisi in #GranBretagna siamo alla #mensa per le #persone

“Mense per i poveri della Croce Rossa e poli industriali ormai diventate città fantasma: sono le due facce (inquietanti) della crisi in Gran Bretagna, stretta nella morsa di una classe media ormai appiattita verso il basso e di uno sviluppo industriale arrestatosi improvvisamente. Per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale la Croce Rossa entra in azione nel Paese di Sua Maestà.
La crisi economica galoppante e il crescente numero di poveri hanno messo in moto la solidarietà internazionale. Circa duemila volontari saranno presenti il primo fine settimana di novembre nei supermercati di tutte le maggiori città inglesi, per invogliare i clienti a donare cibo confezionato con una lunga durata, come ad esempio lattine, pasta, che in seguito verrà distribuito per il tramite di due organizzazioni britanniche agli indigenti.
Si tratta delle organizzazioni FareShare e Trussell trust, già operative sul territorio nell’affiancare le istituzioni in azioni di carattere umanitario e sociale. Ma come nasce l’allarme della Croce Rossa? Secondo il comitato britannico ad oggi nel paese su una popolazione di 63 milioni di cittadini, almeno 5 si trova sotto la soglia di povertà ed è destinatario dell’azione in questione. Numeri che fino ad oggi non sono mai stati registrati oltre Manica e che hanno innescato la reazione di enti di volontariato e media.
Secondo quanto riportato dall’Indipendent la Croce Rossa ha deciso di intervenire alla luce del “crescente bisogno di cibo”, associato alla povertà e quindi all’impossibilità di acquistare i beni di prima necessità, come ha sottolineato la coordinatrice Julliette Maountforn. Il Comitato britannico della Croce Rossa aveva già distribuito cibo in occasione delle inondazioni nel nord dell’Inghilterra nel 2009, ma mai in virtù di una crisi sistemica come invero è quella di quest’anno.
E nonostante un governo di coalizione di conservatori-liberaldemocratici che sin dall’avvio della crisi greca (era il 2010) ha avviato politiche di austerità e taglio della spesa pubblica. Una situazione complessa, a cui si somma la notizia pubblicata dall’Economist di vere e propriecittà fantasma che stanno proliferando nel paese. Lì dove tramite finanziamenti pubblici si erano sviluppati imponenti distretti industriali, oggi si assiste ad uno spopolamento e a luoghi ormai “tristi”.
In un editoriale dal titolo ‘Città Sicker’, la rivista esorta i ministri a rivalutare le agevolazioni fiscaliper incoraggiare i cittadini a non lasciare deserte le città in questione. E cita l’esempio di Cotswolds, un tempo grande motore industriale bella e accogliente perché “anni fa, un enorme numero di persone vi si stabilì”. E in un appello appassionato l’Economist certifica, rivolto al governo, che “nonostante manciate di denaro pubblico e di anni di sforzi eroici, una serie di paesi e città delle ex roccaforti industriali della Gran Bretagna oggi sono tranquillamente in decomposizione”.

sabato 12 ottobre 2013

#Crisi non siamo #tutte e #tutti sulla #stessa #barca

Crisi? L’1% della popolazione possiede il 46% della ricchezza globale.

L’umanità, apparentemente, non è stata mai così ricca in tutta la sua storia. Al tempo stesso però, la disparità tra ricchi e poveri non è stata mai così elevata negli ultimi decenni come ora. Secondo la banca svizzera 'Credit Suisse', la ricchezza globale è aumentata, nonostante la crisi economica che investe il sistema capitalistico, del 68% negli ultimi 10 anni per arrivare al record storico di 241 miliardi di dollari, e gli Stati Uniti sono responsabili di ben tre quarti di questo incremento. La ricchezza media procapite per ogni cittadino adulto del globo è salita a 51.600 dollari, ma in realtà il 10% del genere umano più abbiente possiede l’86% della ricchezza mondiale. I superricchi, un misero 1% della popolazione mondiale, possiede il 46% di tutta la ricchezza del globo. C’è crisi, ma non per tutti. Dalla metà del 2012 il numero di milionari esistenti nel pianeta è cresciuto di quasi due milioni, e la maggioranza di loro continua però a vivere negli Stati Uniti. Invece il Giappone, nello stesso periodo, ha ‘perso’ ben 1,2 milioni di ricchi che hanno visto calare il loro reddito sotto la soglia del milione di dollari. Al momento, esistono – evasione fiscale a parte - 98.700 individui con una ricchezza netta che eccede i 50 milioni di dollari, per una buona metà residenti negli USA. L’Unione Europea segue a ruota con 25.000 supermilionari.
Naturalmente le aree del pianeta dove si concentrano le persone con un reddito superiore ai 100 mila dollari sono il Nord America, l’Europa Occidentale e alcuni paesi più ricchi dell’Estremo Oriente. Nella classifica dei paesi ‘Paperoni’ la Svizzera è in testa con un reddito medio per ogni adulto di 513 mila dollari, seguita dall’Australia (403 mila), dalla Norvegia (380 mila) e dal Lussemburgo (315 mila). Il risvolto della medaglia è che i due terzi degli adulti che abitano questo pianeta – alcuni miliardi di persone – hanno un reddito inferiore ai 10 mila dollari e nell’insieme possiedono appena il 3% della ricchezza globale.
Nonostante la sua rapida crescita economica la Cina possiede appena il 9% della ricchezza globale nonostante rappresenti più di un quinto della popolazione adulta totale. L’insieme dei paesi emergenti – i Bric – cioè Brasile, Russia, India e Cina, ha visto aumentare il numero di multimilionari dal 5% di quelli mondiali nel 2000 al 19% nel 2010. Il che vuol dire che la ricchezza di alcuni privilegiati aumenta ad un ritmo estremamente più rapido di quella dei paesi in cui vivono.
E qualcuno vorrebbe farci credere che ‘siamo tutti sulla stessa barca’…

venerdì 11 ottobre 2013

#Umiliati #inoccupati #choosy e #bamboccioni uniti il #18ottobre e #19o

Inoccupabili, choosy e bamboccioni: per i politici la colpa è sempre nostra!
Renato Brunetta: “Italiani bamboccioni. A 18 anni tutti fuori di casa per legge” (2010)
Elsa Fornero: “I giovani non devono essere troppo choosy” (2012)
Enrico Giovannini: “I dati dimostrano quanto gli italiani siano poco occupabili” (9 ottobre 2013 )

L‘indagine promossa dall’Ocse vede gli italiani in fondo alla classifica nelle capacità linguistiche e espressive fondamentali. Un dato allarmante che il Ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, ha commentato così: “dimostra quanto gli italiani siano poco occupabili”. Da bamboccioni, a choosy, fino a poco occupabili: è così che ci vedono i ministri degli ultimi tre governi italiani. Pretesti che spiegano comodamente la disoccupazione che lacera il Paese, lavando le coscienze di tanti politici. Non è colpa della classe politica irresponsabile e inutile, non è colpa dell’immobilismo, del clientelismo, del familismo delle nostre università, non è colpa dell’allargamento progressivo ed esponenziale della forbice tra ricchi e poveri. La colpa, secondo i nostri governi, è sempre nostra: siamo bamboccioni, schizzinosi, inutili.
Il problema non sono le parole offensive di Giovannini. Il problema è che abbiamo un ministro del lavoro e delle pari opportunità che non ha coscienza della reale situazione della formazione in Italia. Giovannini, ad esempio, non sa che in Italia ci si forma e si lavora a stage e tirocini – gli stessi che lui e Letta ci propinano come soluzione per la piaga della disoccupazione giovanile – in cui si fa il caffè e si viene trattati come schiavi. Giovannini non sa che il sistema delle borse di studio in Italia non tiene in nessun modo conto del merito ma solo del reddito.
Giovannini non conosce il dramma degli affitti in nero per gli studenti, e non sa che il vero problema dei giovani italiani è essere troppo qualificati per dei lavori miseri, non pagati, e che l’unica soluzione rimane andare all’estero.
Giovannini si è aggiunto ieri alla lista dei ministri che non sanno ma che tengono il ditino alzato, salvo poi smentire in un comunicato dicendo che non si riferiva né ai giovani, né agli italiani. Corregge il tiro abilmente e dice una sacrosanta verità: “Abbiamo bisogno di investire in formazione, lo faremo, lo stiamo già facendo”. Ci fidiamo, prendiamo per buona la sua smentita.
La notizia quindi è che ieri il Ministro del Lavoro si è impegnato, per conto del Governo Letta, a aumentare gli investimenti nella formazione, per migliorare il sistema educativo italiano. “Lo faremo, lo stiamo già facendo”, parole sicure. Parole sante.
Peccato che solo lo scorso marzo la Commissione europea ci faceva notare come nel 2011 e 2012 siamo stati il paese europeo che più ha tagliato i fondi all’istruzione (-10%). Prepariamoci, quindi, perché quando vedremo tagliare per l’ennesima volta i fondi alla scuola pubblica probabilmente il Ministro dell’Istruzione si giustificherà dicendo che gli italiani sono pure dei pessimi studenti. Degli asini.

#Banche #economia e #finanze un #contributo per il #dibattito

Nuovo regalo di 125miliardi alle banche italiane Soldi degli italiani su cui si pagano anche interessi all'Esm. Una doppia truffa. L'accusa di un'economista canadese.

Carlo Cottarelli, ex dirigente del Fondo monetario internazionale chiamato dal governo Letta ad occuparsi della spending review. È sua l'idea di chiedere i soldi all'Esm per finanziare le banche. di Franco Fracassi «L'Italia si è definitivamente consegnata nelle mani del Fondo monetario internazionale. Oramai si è quasi totalmente grecizzata. Il governo Monti ha fatto molto in questo senso. Ma quello Letta si è superato. Nemmeno i più ottimisti tra i liberisti avrebbero mai immaginato che il governo in carica potesse abdicare al liberismo con tale servilismo». È l'analisi dell'economista canadese Ellen Brown, presidente del Public Banking Insitute e autrice di diversi libri premonitori della crisi e delle sue conseguenze, oltre che analista economica per Global Research. «L'ultimo atto, quello che mi ha fatto capire quanto si sia sottomesso alla finanza il governo italiano, è la nomina di Carlo Cottarelli a commissario della spending review. Cottarelli è un ex dirigente del Fondo monetario internazionale. E che cosa ha fatto appena arrivato? Ha suggerito al governo di chiedere fondi al Meccanismo europeo di stabilità (Esm) per ricapitalizzare le banche italiane», prosegue l'analisi della Brown. L'Italia sta versando, in varie rate, oltre centoventicinque miliardi all'Esm. «Vi rendete conto dell'assurdità di quanto sta accadendo e di come sia ancora più assurdo che non scoppi una rivoluzione in Italia? Il governo sta versando una montagna di soldi all'Esm.
Questi soldi, provenienti dall'Italia, ritorneranno indietro, ma questa volta in prestito. In altre parole, l'Italia dovrà pagare all'Esm gli interessi sul suo stesso denaro. E non è finita. Questi soldi non serviranno per dare ossigeno alle imprese o colmare il divario tra ricchi e poveri.
Questi soldi andranno alle banche, prime responsabili della crisi. Se non avete capito riassumo: una parte considerevole dei soldi degli italiani sono finiti alle banche e a un fantomatico fondo internazionale voluto fortemente dall'Fmi senza che gli italiani ne traggano alcun beneficio e senza che gli italiani siano stati consultati per questo». Prosegue l'economista: «L'Italia ha bisogno di soldi per rilanciare l'economia. E allora che cosa fa? Chiama un signore (Cottarelli) che forse gli farà risparmiare quattro miliardi di euro con la spending review mentre gliene ha fatti spendere centoventicinque con l'Esm. Un saldo negativo di centoventuno miliardi di euro. Un vero affare. Vedo che il governo Letta è bravo a fare i conti».
La Brown conclude la sua analisi con un giudizio durissimo sul nostro presidente del consiglio: «Monti non era un servo del potere delle banche e della finanza, perché era lui stesso personaggio chiave di quel mondo. Letta è invece un fantoccio in mano a loro. Crede che con il suo atteggiamento ossequioso possa entrare a far parte di quel mondo, mentre invece viene solo sfruttato e trattato da garzone di bottega».

#Discarica a #Bracciano #Roma

Nell'Assemblea popolare di giovedì sera 10 ottobre, alla quale hanno partecipato quasi cento persone, si è deciso di mantenere alta l'attenzione su Cupinoro. Soprattutto gazebo in piazza del comune a Bracciano sabato per tutto il giorno e lunedì 14 appuntamento a Cupinoro alle 6.30 di mattina (benzinaio vicino e poi dopo direttamente davanti alla discarica); martedì consiglio comunale a Bracciano. ALTRE INIZIATIVE SEGUIRANNO, non permettiamo agli irresponsabili che se ne arrogano il potere (sindaco,commissario prefettizio e presidente della ragione) di trasformare la vecchia ed esaurita discarica di Cupinoro nella NUOVA MALAGROTTA. DIFENDIAMO IL TERRITORIO, IL DIRITTO ALLA SALUTE E AL FUTURO DEI NOSTRI FIGLI E DI TUTTI. E' necessario partecipare subito, diffondere al voce, fare un passa parola.

#Telecom #pubblica #manifestazione #video

IL DECRETO LEGGE APPENA APPROVATO TAGLIA FUORI I CALL CENTER E TELECONTACT.

Dei Parlamentari neanche l’ombra nonostante li avessimo cercati fino all’ultimo. Peccato. La prossima volta sarà necessario essere di più e molto più incisivi se vorremmo farci sentire altrimenti continueranno a farsi campagna elettorale sulla nostra pelle. La prima fase della campagna iniziata nelle assemblee sindacali di Roma, sta proseguendo con l'invio di 20.000 cartoline alla presidenza del consiglio dei ministri. Altre iniziative pubbliche sono previste la settimana prossima e ve ne daremo comunicazione. Il primo video è il servizio svolto da LIBERA TV, media indipendente della associazione LIBERA.

https://www.youtube.com/watch?v=tKdTR7FnWA4
Il secondo invece raccoglie frammenti ( anche divertenti ) dei vari interventi fatti nella piazza

https://www.youtube.com/watch?v=8IGvc5DDwA

giovedì 10 ottobre 2013

#FitseMib #giocodiborsa

Paese allo sbando, borsa in festa. Perché?

Sì, lo sappiamo, l'economia globale è una materia oscura per molti. Su cui in tanti, però, sparano le proprie ideuzze come se fossero verità rivelate. Specie sui media mainstream... Abbiamo davanti, in queste settimane, un fenomeno tutto sommato inspiegabile secondo le teorie correnti: un paese ridotto malissimo (l'Italia), con un sistema industriale allo sbando e in svendita a prezzi stracciati, con uno Stato che taglia tutto quello che può e anche il necessario senza riuscire a a ridurre il debito pubblico (anzi...), con imprenditori che fuggono o liquidano tutto... eppure le quotazioni di borsa volano sui livelli massimi. Persino un'azienda ai limiti dell'esplosione come Telecom alletta nientemeno che il più grande fondo di investimento, Blackrock, recentemente salito al 5% dell'azionariato. Come se fossimo un paese emergente, che scoppia di salute economica e vivacità produttiva. Com'è possibile? Un ottimo articolo, ben poco “teorico”, de IlSole24Ore spiega con grande chiarezza l'arcano: siamo diventati, per qualche mese, una “stazione di posta” di capitali finanziari in libera uscita dagli Stati Uniti. Data la massa dei capitali e la ridotta dimensione della “nostra” PiazzaAffari, l'effetto è quasi magico. Ma non ci sono ragioni “italiane” od “europee” perché duri a lungo. Il tempo di mettere a posto il contenzioso tra democratici e repubblicani sull'innalzamento del “tetto” del debito pubblico Usa, e quello che ci metterà la Federal Reserve a innesatre la marcia indietro sul “quantitative easing” con cui da un anno sta drogando i mercati finanziari (85 miliardi di dollari ogni mese destinati all'acquisto di “titoli spazzatura” posseduti dalle banche e dai fondi)... e vedrete che quei capitali prenderanno un'altra via. Se avete qualcosa in titoli azionari, sarebbe il suggerimento, incassate subito (o tra qualche settimana, se siete proprio “azzardosi”) e statevene “liquidi”. Se invece non avete – come noi – un euro, scendete in piazza il 18 e il 19 ottobre. Comincia l'autunno sulle piazze... ***** Adesso gli Usa sono «prestatori di ultima istanza» della Borsa Italiana. Fino a dove può arrivare il Ftse Mib? di Vito Lops Non ci sono più dubbi. A trainare Piazza Affari (che viaggia sui massimi degli ultimi due anni ignorando le tensioni internazionali che a questo giro della ruota si chiamano "shutdown" e rischio default degli Stati Uniti a causa del rinnovo del "tetto sul debito") sono gli investitori americani. Immaginate il mondo come un laboratorio di vasi comunicanti. I capitali - da quando ne è consentita la libera circolazione senza freni da un posto all'altro del pianeta dopo il processo di liberalizzazioni avviato negli anni '90 - si spostano dove possono fare più profitti. Restiamo nel laboratorio. Un vaso rappresenta i Paesi emergenti, un altro l'Europa e un altro gli Usa. Cosa sta succedendo? Molto semplicemente dalla scorsa primavera - da quando si sono fatte più insistenti le voci di un tapering (riduzione del piano di stimoli monetari) da parte della Federal Reserve - i grandi investitori statunitensi hanno iniziato a ritirare la liquidità dal vaso dei Paesi emergenti (con conseguente sgonfiamento della mini-bolla sulle valute di Stati come India, Indonesia, Turchia, ecc.). Questo rischia di avere ripercussioni future sulla bilancia di questi Paesi, in particolare di quelli che hanno una forte dipendenza dall'estero per l'acquisto di materie prime che adesso, con valute deprezzate di circa il 20% sul dollaro, costano di più- Allo stesso tempo il ritiro dei capitali dei grandi investitori statunitensi dalle aree emergenti ha fatto sì che questi si son ritrovati con un surplus di liquidità da investire. Bene, in quale vaso la stanno canalizzando? In quello dell'Europa. E, zoomando, in particolare nei recipienti i Italia e Spagna, non a caso quei Paesi dove i listini hanno corso meno nei mesi scorsi e che adesso, in virtù di una situazione governativa un po' più stabile, non rappresentano un pericolo immediato a fronte di un rapporto rischio/rendimento che risulta essere - pur con tutti i problemi del caso - tra i più attraenti. Non è quindi un caso se due giorni fa negli Stati Uniti i titoli a 12 mesi hanno fatto segnare la peggiore domanda degli ultimi cinque anni, nonostante i tassi proposti fossero ai massimi dal 2009. Non è neppure un caso se l'asta di ieri (21 miliardi di dollari in titoli a 10 anni) la domanda è scesa a 2,58 volte l'offerta. Si è anche assistito a una fuga dai "mutual fund" localizzati in Usa, dai quali, solo nell'ultima settimana, gli investitori hanno ritirato 3,4 miliardi di dollari. Il tutto mentre Piazza Affari aggiornava i massimi degli ultimi due anni e questa mattina ha proseguito nel trend tornando sui livelli che non vedeva dall'agosto 2011. Ma a questo punto, dato che non vi sono più dubbi sul flusso dei capitali nella teoria dei vasi comunicanti, fino a quando correrà Piazza Affari? Fino a quando gli Stati Uniti si porranno difatti come prestatori di ultima istanza per il FTSE MIB, prima d'ora considerato un listino di minore appeal? «Piazza Affari potrebbe continuare a crescere anche di un 15% rispetto alle quotazioni attuali. Sempre che dagli Stati Uniti non arrivino shock. È vero che alla fine tutti pensano che un accordo sul tetto al debito (entro il 17 ottbre, ndr) sarà trovato ma è anche vero che nessuno si aspettava il fallimento di Lehman Brothers. Quindi meglio non escludere nessuna ipotesi quando si parla di Stati Uniti - spiega Davide Pasquali, presidente di Pharus Sicav -. In assenza di shocl di tale portata c'è spazio per la Borsa italiana perché gli investitori statunitensi hanno capitali da canalizzare e Milano è una delle Borse che ha corso meno. Ma bisogna fare attenzione: non si tratta di investimenti strutturali, ma semplicemente di un mordi e fuggi». A parere di Antonio Pace - responsabile divisione Equities di Credit Suisse «dopo quasi sei anni di crisi i mercati non guardano più al solo valore fondamentale di un impresa, ma anche, e soprattutto, al valore relativo della stessa. E da queste analisi emerge chiaramente come l'Europa, e l'Italia soprattutto per alcuni settori, siano relativamente convenienti rispetto ad altri mercati». Secondo Gabriele Roghi, responsabile della consulenza agli investimenti di Invest Banca «Piazza Affari presenta livelli di sottovalutazione in termini di medie di valutazioni storiche di p/e (prezzo utili, ndr), p/bv (price to book value, ndr) di un buon 50%. La Borsa Usa tratta a multipli elevati al limite della forte sopravvalutazione. Il livello di p/e deciclizzato, vale a dire computando la media degli utili a dieci anni è nel 9° decile più elevato partendo da un secolo a questa parte. Per questo il listino ha margini di rialzo contenuti anche in caso di una ritrovata forza dell'economia già ampiamente prezzata nei prezzi delle azioni. Tornando a Piazza Affari, la bassa redditività media del listino è fortemente influenzata dal peso ancora elevato del comparto finanziario che non ha ancora finito di soffrire. Le banche americane più chiacchierate (Bank of America e Citigroup) non sono però in condizioni migliori delle nostre "malate": godono come tutte le banche Usa del favore di poter prezzare "a piacere" le asset tossiche che hanno in portafoglio grazie alla FAS 157 dell'aprile 2009 - che se applicata alle nostre banche provocherebbe una moltiplicazione del prezzo di molte volte rispetto ai valori attuali. Nel caso inverso, applicando cioè le normative europee più serie alle banche Usa, lo spazio di discesa dei due grandi ex malati a stelle e strisce sarebbe molto grande. Quindi si può pensare che sia logico prendere beneficio sul comparto bancario Usa ed entrare su quello italiano ancora su valutazioni da quasi-fallimento». «Ma attenzione - prosegue - potrebbe essere anche l'ultimo giro della ruota di un mercato azionario che chiude il ciclo iniziato nel marzo 2009: si cercano le ultime occasioni d'acquisto, titoli rimasti indietro perchè ormai i prezzi sono troppo alti e magari anche il ciclo economico sta iniziando a contrarsi. Attenzione in particolare al rialzo dei titoli "per le allodole": sono ingannevoli, sembrano un'occasione ghiotta ed irripetibile ma se sembra troppo facile c'è qualcosa sotto. Occorre essere molto cauti». Tuttavia va tenuto conto che i capitali non dovrebbero essere illimitati. Proprio ieri le minute della Fed (relative alla riunione del Fomc del 17-18 settembre) hanno confermato che la maggior parte dei membri del comitato operativo della Banca centrale Usa ritiene appropriato ridurre gli acquisti quest'anno e mettere fine al qe3 (piano di stimoli) entro la metà del 2014. Per cui, se Piazza Affari dovrà salire oltre il "mordi e fuggi" ipotizzato, dovrà farlo senza la droga monetaria che negli ultimi quattro anni è servita a sostenere le quotazioni dei listini mondiali. Quando inizierà? «I mercati in questo momento stanno prezzando una partenza del tapering a dicembre, quando gli attuali problemi fiscali su "shutdown" e "tetto al debito" dovrebbero essere risolti - spiega Vincenzo Longo, strategist di Ig -. Bernanke lascerà il testimone alla Yellen il 31 gennaio e a quel punto gli Usa avranno già avviato la riduzione degli stimoli che la "colomba" Yellen dovrà gestire facendo media con i nuovi falchi in arrivo nel Fomc (il comitato operativo della Fed), tra cui spicca il nome di Fischer. In questo scenario - prosegue - i grandi fondi Usa si stanno posizionando su Piazza Affari in un ottica di 3-6 mesi. Dopodiché, quando il tapering sarà partito potrebbe partire uno storno globale che, in ogni caso, dovrebbe colpire con proporzioni maggiori il listino Usa».

#Fmi #austerity e le #banche

Fmi top secret: "L'austerity? Solo per salvare le banche"

A tre anni e mezzo di distanza, comincia a emergere quella verità che in molti, inascoltati, avevano denunciato all'epoca. Il salvataggio della Grecia è servito a garantire le banche francesi e tedesche, a discapito dei cittadini.
La scontata verità emerge dai verbali della drammatica riunione del 9 maggio 2010 in cui il Fondo Monetario Internazionale diede il via libera al primo piano di aiuti per il paese. I documenti, classificati come riservatissimi e segreti, e pubblicati dal Wall Street Journal, evidenziano come più di quaranta paesi, tutti non europei e pari al 40% del board, erano contrari al progetto messo sul tavolo dai vertici Fmi.
Il piano era infatti considerato «troppo ottimistico» e «al limite del panglossiano» da Paesi come Canada, Russia e Australia. Il rappresentante del Brasile lo disse con chiarezza: si tratta di un piano «ad altissimo rischio», perché «concepito solo per salvare i creditori, nella gran parte banche del Vecchio continente e non la Grecia». I critici sostenevano che le previsioni del Fmi erano sovrastimate e che Atene avrebbe pagato un costo salatissimo in termini di recessione e disoccupazione.
Quello che è puntualmente accaduto: l'economia ellenica è andata giù del 25% e il 27% dei cittadini del paese è senza lavoro (il 57% i giovani tra i 15 e i 24 anni). Al momento del voto, però, i contrari all'austerity hanno dovuto cedere: Stati Uniti ed Europa non hanno voluto sentire ragioni e dato il via libera all'operazione. Così la Grecia è sprofondata sempre più e le banche si sono salvate: all'epoca della riunione del Fondo a Washington le banche francesi avevano in tasca 78,8 miliardi di titoli di stato ellenici e quelle tedesche 45 (le italiane 6,8). Pochi mesi dopo l'esposizione era ridotta di un quarto. E quando il debito è stato declassato, costringendo i creditori privati ad accettare uno sconto del 70% sulla loro esposizione per evitare il default della Grecia, la quota in possesso delle banche era stata tagliata ancora di più.
Quello venuto fuori non è la prima conferma delle politiche del Fondo monetario. Pochi mesi fa un paper dello stesso organismo aveva ammesso che la pianificazione degli interventi sul debito ellenico è stata calibrata in modo tale da dare tempo al resto d'Europa di prendere le contromisure necessarie per non trasformare un default di Atene in un disastro per l'intera area euro.
Un concetto ribadito nei giorni scorsi da Christine Lagarde, numero uno del Fmi, in un'intervista alla Cnn in cui ha ribadito che «sarebbe stato meglio ristrutturare il debito privato prima del marzo 2012, ma il rischio era di mettere ko tutta l'Europa». A emergere è invece lo scontro politico che c'è stato all'interno del Fondo, e come i critici mettessero in luce i reali obiettivi dell'austerity. Intanto, ieri c'è stato l'ennesimo sciopero ad Atene, questa volta dei portuali.
Mentre il ministero della Pubblica Istruzione ha chiesto l'intervento della magistratura contro i responsabili dei servizi amministrativi delle otto università in agitazione (ad Atene, Salonicco, Patrasso, Tessaglia, Ioannina e Creta) che devono consegnare alle autorità le liste con i nomi dei 1.349 dipendenti da mettere in mobilità. Gli atenei hanno chiuso per protesta, sostenendo che con un taglio così massiccio di personale non potranno funzionare.

mercoledì 9 ottobre 2013

#globalizzazione non è il migliore dei #mondi

Questo è il migliore dei mondi possibili. Non esistono alternative a questo sistema economico e sociale. Ci avevano detto: “ la caduta del muro e la fine del comunismo apriranno la strada ad un era di assenze di guerre, prosperità e benessere per l’umanità”. Il migliore dei mondi possibili. Già, assenze di guerre (Afganistan, Iraq, Balcani, Cecenia, Egitto, Siria?). Nel migliore dei mondi possibili si può sempre fuggire dalle guerre e dalla fame. Per cercare una vita. E morire in mare. Ma da morti si diventa persone, si viene rispettati, da morti. Da vivi si rimane clandestini, emigranti extra comunitari, non persone. Prosperità e benessere: nel mondo ci sono circa un miliardo di obesi, ma anche un miliardo di denutriti. Un caso? Pance rigonfie di lardo si contrappongono a pance rigonfie di aria, e nient’altro. Una marea di volti che si chiede (e ci chiedono): “ ma noi per chi o per che cosa stiamo morendo di fame? (per il profitto)”. Nel migliore dei mondi possibili. Si ma sono incivili, si fanno guerra tra di loro, sprecano i soldi a comprarsi le armi. Già, ma chi vende loro le armi?( e ne trae profitto). I cento uomini più ricchi del mondo possiedono la stessa ricchezza del miliardo di persone più povere del mondo, un caso? No , e spiega tutto! Nel migliore dei mondi possibili.

#fermiamocixfermarli #18ottobre #scioperogenerale

«Ormai le lobby hanno il potere sul mondo» L'economista Susan George accusa la politica (Onu compresa) di essersi venduta a banche e multinazionali. E a differenza degli Usa, in Europa le lobby agiscono nell'ombra.

Susan George, sociologa, politologa e scrittrice franco-statunitense, dirige il Transnational institute di Amsterdam. Ha fatto parte del comitato direttivo di Greenpeace International e di Corporate Europe Observatory. Il suo ultimo libro è "Come vincere la guerra di classe" (Feltrinelli). Negli anni Novanta è stata una dei leader del movimento no-global. Popoff ha deciso di pubblicare integralmente l'intervento da lei tenuto al Festival Internazionale di Ferrara lo scorso 8 ottobre. Se avete a cuore il vostro cibo, la vostra salute e la sicurezza finanziaria vostra e quella della vostra famiglia, le tasse che pagate, lo stato del pianeta e della stessa democrazia, vi è un importante cambiamento politico di cui dovete essere consapevoli. Io chiamo questo cambiamento la «ascesa di autorità illegittima».
Il governo di rappresentanti chiaramente identificabili e democraticamente eletti viene gradualmente soppiantato da un nuovo governo ombra in cui enormi imprese transnazionali (Tnc) sono onnipresenti e stanno prendendo di più in più decisioni che riguardano tutta la nostra vita quotidiana. Essi possono agire attraverso le lobby o oscuri «comitati di esperti»; attraverso organismi ad hoc che ottengono un riconoscimento ufficiale; talvolta, attraverso accordi negoziati in segreto e preparati con cura da executive delle imprese al più alto livello. Lavorano a livello nazionale, europeo e sovranazionale, ma anche all'interno delle stesse Nazioni Unite, da una dozzina di anni nuovo campo di azione per le attività delle corporate. Non si tratta di una sorta di teoria paranoica della cospirazione: i segni sono tutti intorno a noi, ma per il cittadino medio sono difficili da riconoscere. Noi continuiamo a credere, almeno in Europa, di vivere in un sistema democratico. Cominciamo con le lobby ordinarie, attori famigliari ai margini dei governi per un paio di secoli. Hanno migliorato le loro tecniche, sono pagate più che mai e ottengono risultati. Negli Stati Uniti, devono almeno dichiararsi al Congresso e dire quanto sono pagate e da chi.
A Bruxelles, c'è solo un registro «volontario», che è una presa in giro, mentre dieci-quindicimila lobbisti si interfacciano ogni giorno con la Commissione europea e con gli euro-parlamentari. Difendono il cibo spazzatura, le coltivazioni geneticamente modificate, prodotti nocivi come il tabacco, sostanze chimiche pericolose o farmaceutici rischiosi, difendono i maggiori responsabili delle emissioni di gas a effetto serra e le grandi banche. Meno conosciute delle lobby favorevoli a singole imprese transnazionali, ma in crescita a livelli di comparto industriale sono «istituti», «fondazioni» o «consigli», spesso con sede a Washington DC, che difendono anche l'alcool, tabacco, cibo spazzatura, prodotti chimici, gas serra, ecc, ma con un approccio diverso.
Essi impiegano esperti influenzati per scrivere articoli che creino dubbi nella opinione pubblica anche in merito a fatti scientificamente assodati; creano falsi «comitati» o gruppi di «cittadini» finalizzati a difendere i loro prodotti e a sostenere che la «libertà di scelta» del consumatore viene limitata dalla invadenza di chi vuole prendere le decisioni al posto dei singoli.
Tornando su Bruxelles, decine di «comitati di esperti» formate da personale Tnc, praticamente prive di partecipazione da parte dei cittadini o delle Ong, preparano regolamenti dettagliati in ogni possibile settore. Dalla metà degli anni Novanta, le più grandi compagnie americane dei settori bancario, pensionistico, assicurativo e di revisione contabile hanno unito le forze e, impiegando tremila persone, hanno speso cinque miliardi dollari per sbarazzarsi di tutte le leggi del New Deal, approvate sotto l'amministrazione Roosevelt negli anni Trenta, che avevano protetto l'economia americana per sessant'anni. Attraverso questa azione collettiva di lobbying, hanno guadagnato totale libertà per trasferire attività in perdita dai loro bilanci, verso istituti-ombra, non controllati. Queste compagnie hanno potuto immettere sul mercato e scambiare centinaia di miliardi di dollari di titoli tossici «derivati», come i pacchetti di mutui sub-prime, senza alcuna regolamentazione.
Poco è stato fatto dopo la caduta di Lehman Brothers per regolamentare nuovamente la finanza e nel frattempo, il commercio dei derivati ha raggiunto la cifra di $ 2.300.000.000.000 al giorno, un terzo in più di sei anni fa. Tutti noi conosciamo i risultati delle attività di lobby finanziaria: la crisi del 2007-2008, in cui siamo ancora invischiati. Ci sono poi organismi quali l'International Accounting Standards Board, sicuramente sconosciuto al 99 per cento della popolazione europea.
Quando l'Ue si è confrontata con l'allargamento a ventisette e con l'incubo di ventisette diversi mercati azionari, con diversi insiemi di regole e norme contabili, ha chiesto supporto a un gruppo ad hoc di consulenti provenienti dalle quattro maggiori società mondiali di revisione. Nel corso degli anni successivi, questo gruppo è stato silenziosamente trasformato in un organismo ufficiale, lo Iasb, ancora formato dagli esperti delle quattro grandi società, ma che adesso sta elaborando regolamenti per sessantasei paesi membri, tra cui l'intera Europa. Lo Iasb è diventato ufficiale grazie agli sforzi di un Commissario Ue non eletto dai cittadini, Charlie MacCreevy, un neoliberista irlandese, egli stesso un esperto contabile, senza alcun controllo parlamentare. Per chi fosse interessato a saperlo, è stato detto che l'agenzia era «puramente tecnica».
Fino a quando non potremo chiedere alle imprese di adottare bilanci dettagliati per paese, continueranno a pagare - abbastanza legalmente - pochissime tasse nella maggior parte dei paesi in cui hanno attività. Le aziende possono collocare i loro profitti in paesi con bassa o nessuna tassazione e le loro perdite in quelli ad alta fiscalità. Per tassare in maniera efficace, le autorità fiscali hanno bisogno di sapere quali vendite, profitti e imposte sono effettivamente di competenza di ciascuna giurisdizione. Oggi questo non è possibile, perché le regole sono fatte su misura per evitare la trasparenza.
Piccole imprese nazionali o famigliari con un indirizzo nazionale fisso, continueranno a sopportare la maggior parte del carico fiscale o a fare a meno dei servizi pubblici che una tassazione equa delle Tnc avrebbe potuto garantire. Ho contattato lo Iasb per chiedere se una rendicontazione dettagliata per paese fosse nella loro agenda, e mi hanno cortesemente risposto che non lo era. Non c'è di che stupirsi. Le quattro grandi agenzie i cui amici e colleghi fanno le regole, perderebbero milioni di fatturato, se non potessero più consigliare i loro clienti sul modo migliore per evitare la tassazione. Nel luglio di quest'anno, sono iniziati i negoziati della Transatlantic Trade and Investment Partnership, o Ttip. Questi accordi definiranno le norme che regolamenteranno la metà del Pil mondiale - gli Stati Uniti e l'Europa - e sono in preparazione dal 1995, quando le più grandi multinazionali da entrambi i lati dell'oceano si sono riunite nel Trans-Atlantic Business Dialogue per lavorare su tutti gli aspetti delle pratiche regolamentari, settore per settore. I negoziatori stanno ora lavorando sulla bozza di progetto che il Tabd ha redatto. Il commercio transatlantico ammonta a circa mille e cinquecento miliardi dollari all'anno, ma c'è poco da negoziare sull'aspetto delle tariffe, questi pesano media solo un tre per cento.
L'obiettivo è invece di privatizzare il maggior numero possibile di servizi pubblici ed eliminare le barriere non tariffarie, come per esempio i regolamenti e ciò che le multinazionali chiamano «ostacoli commerciali». Al centro di tutti i trattati commerciali e di investimento oggi è la clausola che consente alle aziende di citare in giudizio i governi sovrani, se la società ritiene che un provvedimento del governo danneggi il suo presente, o anche i suoi profitti «attesi».
Il Trans-Atlantic Business Dialogue ha recentemente cambiato il suo nome in Consiglio economico transatlantico e descrive il suo lavoro come volto a «ridurre i regolamenti per potenziare il settore privato». Si definisce un «organo politico» e il suo direttore afferma con orgoglio che è la prima volta che «il settore privato ha ottenuto un ruolo ufficiale nella determinazione della politica pubblica Ue /Usa». Con questo trattato, se approvato secondo le intenzioni delle Tnc, includerà modifiche ai regolamenti riguardanti la sicurezza dei prodotti alimentari, prodotti farmaceutici, prodotti chimici; stabilità finanziaria (libertà per gli investitori di trasferire i loro capitali senza preavviso); nuove proposte fiscali, come la finanziaria tassa sulle transazioni; sicurezza ambientale (ad esempio il diritto di imporre norme più rigorose sulle industrie inquinanti) e così via. I governi non potranno privilegiare operatori nazionali in rapporto a quelli stranieri per i contratti di appalto (una parte significativa di ogni economia moderna). Il processo negoziale si terrà a porte chiuse, senza il controllo dei cittadini. Come se non bastasse l'infiltrazione nei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario da parte delle imprese transnazionali, anche le Nazioni Unite sono ormai un obiettivo delle Tnc. Alla conferenza Rio +20 sull'ambiente delle Nazioni Unite nel 2012, le imprese transnazionali formavano la più grande delegazione e misero in scena il più grande evento, noto come «Business Day». Il rappresentante permanente della Camera di commercio internazionale presso le Nazioni Unite dichiarò tra fragorosi applausi, «Siamo (...) la più grande delegazione d'affari che mai abbia partecipato a una conferenza delle Nazioni Unite... Le imprese hanno bisogno di prendere la guida e noi lo stiamo facendo».
Le multinazionali chiedono ora un ruolo formale nei negoziati sul clima delle Nazioni Unite. Non sono solo le dimensioni, gli enormi profitti e i patrimoni che rendono le Tnc pericolose per le democrazie. È anche la loro concentrazione, la loro capacità di influenzare, spesso dall'interno, i governi e la loro abilità a operare come una vera e propria classe sociale che difende i propri interessi economici, anche contro il bene comune. Condividono linguaggi, ideologie e obiettivi che riguardano ciascuno di noi. Se i cittadini che hanno a cuore la democrazia le ignorano, lo fanno a loro rischio.

martedì 8 ottobre 2013

#18ottobre #fermiamocixfermarli

#ripresa #economica dove? E intanto io pago.....

Bankitalia pubblica bene, propaganda male! 

La ripresa non abita qui. La prova? Le banche stanno riducendo il credito invece di aumentarlo. In pratica, prestano medo soldi di prima, sia alle famiglie che alle imrpese. Viste le caratteristiche di un'economia in crisi, se il credito si restringe la circolazione di beni, merci, attività, investimenti, ecc, rallenta invece di "crescere". Semplice al punto che si può ritrovare scritto persino dentro i manuali di macroeconomia. E allora da dove viene tutto quell'ottimismo di facciata sulla "ripresa alle porte"? Dalla propaganda di governo e basta; le imprese restano, più caute, alla finestra. E le banche anche. I dati venono da Bankitalia, non dai "comunisti catastrofisti". C'è stato un crollo record, ad agosto, dei prestiti destinati a imprese e famiglie. 
I prestiti al settore privato sono scesi del 3,5% (-3,3% a luglio) rispetto allo stesso periodo del 2012, mentre quelli alle famiglie sono scesi dell'1,2%. Peggio ancora per quanto riguarda le "società non finanziarie" - ovvero attive nell'"economia reale" - che si son viste negare o non hanno nemmeno chiesto credito per il 4,6% in meno rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Ne risente in particolare il credito immobiliare, con un mercato pesantemente in calo nonostante i prezzi siano scesi (a macchia di leopardo) in maniera anche notevole. I tassi di interesse per i mutui casa sono stati pari al 3,91 per cento. Non proprio economico, visto che il tasso di interesse base (quello applicato dalla Bce quando presta soldi alle banche) è allo 0,50%. Tassi da strozzini per il "credito al consumo" (vendite a rate in genere), che presentano una media del 9,64 per cento. 
Va appena meglio per i tassi applicati ai nuovi prestiti alle società "non finanziarie" di importo fino a 1 milione di euro: 4,50%. Su questo dato glissano in molti, ma sembra pesare sull'attività produttiva molto più del "costo del lavoro" e persino della tassazione (che avviene sugli utili, non sul fatturato). 

Se una qualsiasi piccola o media impresa deve pagare il 4,5% alla banca per un prestito (quindi sul capitale da investimento, fisso o variabile che sia), il suo margine operativo deve essere molto superiore per garantire un minimo di guadagno (o profitto). E non sembra che in una situazione di mercato che langue questi margini (oltre il 6%, come minimo) sia così facili da conseguire. Insomma: le imprese dovrebbero prendersela con le banche, più che con i lavoratori e i loro diritti. Anche perché se i lavoratori non riescono poi a comprare i prodotti delle imprese a causa del salario troppo basso, per le imprese stesse è un disastro (mica tutte sono "export oriented"!). Per le banche va invece - e infatti - molto bene. Nello stesso mese di agosto è cresciuta la "raccolta", mentre le "sofferenze"non hanno subito variazioni. E' un gioco a somma zero, in fondo: se c'è qualcuno che ci perde, c'è certamente qualcun altro che ci guadagna. Bankitalia dovrebbe saperlo meglio di tutti. Quindi perché avalla l'ottimismo sui "segnali di ripresa" se i dati in suo possesso dicono il contrario?

#19o #Rodotà stessa pasta stessa muffa

Rodotà? Come volevasi dimostrare

"Bruciare i camion in Val di Susa mi ha ricordato quando ero un deputato eletto in Calabria, dove era la mafia a fare certe cose". Lo ha detto il giurista Stefano Rodotà a Otto e mezzo, su La7. "La democrazia non si fa con la violenza - ha aggiunto - basta ricordare le battaglie di Don Ciotti, o della Fiom, hanno vinto davanti ai tribunali".
Incalzato dalla Gruber, Stefano Rodotà ha tenuto a precisare che "il 19 Ottobre non immagino neanche di andarci a Roma", chiaro il riferimento alla manifestazione indetta dai movimenti di lotta per la casa, il reddito e l'ambiente. Solo qualche giorno fa Rodotà aveva sorpreso favorevolmente molti - ma si era attirato l'ira di Alfano e del partito trasversale della fermezza - con alcune valutazioni contro la Tav e le strumentalizzazioni messe in campo contro chi si oppone l'opera.
Sono passati solo dieci giorni e Rodotà ci tiene a far capire che lui nella manifestazione dove ci sarà anche il movimento No Tav non "immagina neanche di andarci". Lui in piazza ci andrà una settimana prima con Landini, Don Ciotti e tutti i protagonisti dei casting fissi della sinistra televisiva.
Ma cosa può essere successo in questi dieci giorni?
E' successo che il governo delle larghe intese di Letta e Napolitano ha superato la prova del fuoco e non è più il caso nè il tempo di disturbare il manovratore. Il prof. Rodotà è un bravo costituzionalista e una persona onesta, ma ogni volta che è cambiato il clima politico si è sempre adeguato.
Era già accaduto alla fine degli anni '70 quando venivano varate le leggi speciali di polizia e i blitz con decine di arresti (e i casi di tortura) si susseguivano con cadenza quasi settimanale.
L'assordante silenzio del "garantista" Rodotà in quel periodo è ancora oggi difficile da dimenticare. Ma erano gli anni in cui il PCI era parte integrante del partito della fermezza e dei governi di unità nazionale.
Furono altri e pochi i garantisti che alzarono la voce. Qualcuno l'ha pagata con la carriera stroncata, altri videro premiato il loro silenzio.

#redditominimogarantito #19o #assedio #sollevazione

Sicuramente le misure ventilate dal ministro Giovannini sono poco più che un placebo somministrato ad una grave e compromessa situazione economica Tagli pesanti e privatizzazioni in cambio di un 'reddito minimo di inserimento'.

Era di questa estate l’annuncio del ministro Giovannini in tandem con Saccomanni, in occasione di un vertice sugli esodati, che si sarebbe introdotto una sorta di reddito minimo garantito anche in Italia, unico paese l’Italia, assieme alla Grecia, a non avere una misura di sostegno al reddito, di questo tipo. Sabato vi è stato un annuncio più formale, con alcune specificazione che ne definiscono il contesto, molto lontano dal concetto di reddito di cittadinanza, evocato dai movimenti, tutto sbilanciato in funzione lavorista – obbligo di accettazione e prestazione dell’offerta di lavoro - e di contenimento della povertà per le fasce sociali deboli.
Quello che segue è la bozza di intenti che dovrebbe rientrare nella legge di stabilità. Per le famiglie con figli. L'assegno per le famiglie con figli, minori o maggiorenni, riorganizza in un istituto di sostegno i 17,5 miliardi tradotti finora i detrazioni Irpef e assegni famigliari. La somma, calcolata sull'indicatore Isee, contribuisce al miglioramento del reddito famigliare. Esistono due varianti: la prima elimina del tutto le detrazioni e crea un «assegno per i minori» alle famiglie con under 18 a carico. La seconda si allarga ai nuclei con figli a carico, dopo la maggiore età: resta l'assegno e si "salvano" le detrazioni per coniuge e/o altri parenti da mantenere. Contrasto alla povertà: reddito minimo e inclusione sociale . Contrasto della povertà con la sinergia di due fronti: reddito minimo di inserimento e piani di inclusione sociali coordinati dai Comuni. I potenziali beneficiari, stimati oltre i 3 milioni, devono stipulare un patto su «buoni comportamenti» da rispettare in caso di finanziamento, come la formazione scolastica dei figli e la ricerca di lavoro con l'iscrizione alle liste di collocamento. Il colloquio, che stabilisce l'idoneità, è preliminare sia al finanziamento (erogato dall'Inps) sia alla ricerca/riqualifica della collocazione lavorativa (gestita dal Comune).
Il reddito minimo di inserimento (Rmi) si apre a tutte le famiglie con un valore di Isee pari o inferiore a 12mila euro e reddito inferiore alle soglia di povertà assoluta. Il contributo, erogato dall'Inps, si calcola nella differenza tra il reddito a disposizione e i margini che stabiliscono l'indigenza totale. Il piano di inclusione sociale consiste in una "regia associata" dei Comuni per favorire l'occupazione ( e quindi l'indipendenza) dei soggetti che ne beneficiano. Dote di cura per gli over 65. La «dote di cura» si rivolge agli over 65 con problemi, anche parziali, di autosufficienza. La strategia è una mix autonomo di erogazioni e servizi: a seconda del grado di non autosufficienza variano le erogazioni e, in proporzione, i servizi da attivare. Il cosiddetto «sostegno di inclusione attiva» sarà dunque introdotto con gradualità e prevedrà una integrazione per chi ha un reddito sotto la soglia di povertà che «si riceverà solo a condizione che ci si attivi seriamente a cercare un lavoro, e che, se si hanno figli, si mandino a scuola e si portino ai controlli medici».
Ma i sindacati bloccati dai loro interessi di bottega e da una logica ottusamente lavorista, Cisl e Uil hanno già rilasciato interviste contrarie, appaiono lontani da questa misura: prima bisogna trovare i soldi per la cassa integrazione in deroga. Poi ci sarà tempo, finita – quando mai sarà finita?! - la crisi, per discutere le riforme del mercato del lavoro. Probabilmente, il terrore di perdere pacchetti di tessere sindacali fa loro ripetere questa litania, dimenticando il superamento della quota del 40% di disoccupazione nella fascia giovanile, il precipitare del potere d’acquisto di salari e stipendi con il conseguente calo dei consumi, l’allargarsi della forbice delle nuove povertà. Sicuramente le misure ventilate dal ministro Giovannini sono poco più che un placebo somministrato ad una grave e compromessa situazione economica ma è altrettanto certo che alludono a percorsi d’uscita dalla crisi più aderenti alla realtà di quelli sindacali. Il che ci dovrebbe far capire in che mani siamo messi. La misura sarà però, per il momento, soltanto avviata e non coprirà quindi chi ne ha bisogno a pieno regime (principalmente perché, manco a dirlo, non ci sono risorse: e anche qui si parla di reperirle grazie a un capitolo specifico della spending review). Il ministro dell'Economia Fabrizio Saccomanni ha spiegato ieri che «l'unico sistema per liberare risorse da destinare alla riduzione del carico fiscale e agli investimenti è la spending review». Il governo si appresterebbe dunque a un nuovo piano di tagli, con un nuovo Commissario, Carlo Cottarelli, di fresca nomina. Ci si attende non solo la solita «razionalizzazione» (che si traduce in taglio delle prestazioni sociali) ma anche una serie di privatizzazioni e dismissioni di beni pubblici - a partire dagli immobili - il cui piano non potrà essere pronto prima di fine mese: troppo tardi per reperire le risorse necessarie nell'immediato, ad esempio gli 1,6 miliardi per la correzione del deficit.

#CocaCola #corporation #sfrutta #immigrati per la raccolta arance

La Fanta sfrutta gli immigrati a Rosarno

La Coca-Cola Corporation compra le arance a prezzi che spingono allo sfruttamento dei lavoratori. Ma l'azienda si difende: «È tutto in regola». «100% a base di arance italiane». È questo lo slogan con cui la Coca-Cola Corporation promuove in Italia la più nota aranciata al mondo: la Fanta. Ed è vero, le arance vengono effettivamente prodotte in Italia. Quello che i consumatori non sanno, però, è che buona parte di questi agrumi provengono da Rosarno, in Calabria, e sono prodotti grazie allo sfruttamento di immigrati illegali.
La stessa Coca-Cola ha confermato l'informazione, aggiungendo, però, «che tutto è in regola e che l'azienda non è a conoscenza di fenomeni di sfruttamento degli immigrati». I migranti di Rosarno provengono dall'Africa (Ghana, Burkina Faso, Costa d'Avorio).
Fuggono dalla fame, e più spesso dalla guerra. L'Italia è uno dei principali produttori di agrumi del mondo: tre milioni e seicentomila tonnellate di frutta all'anno, che vengono coltivate in 170.000 ettari. La Calabria è la seconda regione per la produzione di arance (dopo la Sicilia) con 870.000 tonnellate l'anno.
La maggior parte di queste vengono coltivate nella zona di Rosarno. In particolare, nella cittadina calabrese vengono prodotti i concentrati di succo d'arancia che sono alla base dell'aranciata. E così, ogni inverno giungono a Rosarno duemila immigrati illegali. Che si vanno ad aggiungere a coloro che vivono stabilmente nella cittadina calabrese.
Venticinque euro per ogni giornata di lavoro. Dieci, dodici ore in mezzo ai campi. Soldi da cui vanno decurtati cinque euro per il trasporto (a carico dei caporali). «Non è tutta colpa solo dei caporali e delle aziende agricole. Diciamo che vengono incoraggiate allo sfruttamento da parte delle grandi aziende produttrici di aranciata, tra cui la Coca-Cola», dichiara Pietro Molinaro, della Coldiretti Calabria. «Gli agricoltori vengono letteralmente schiacciati dalla concorrenza estera: Brasile, Cina, Stati Uniti, Messico, Spagna. A questo vanno aggiunti i bassi prezzi pagati dalle aziende acquirenti. Il prezzo di mercato è sceso sotto al prezzo di produzione.
Le arance industriali (quelle utilizzate per i concentrati) vengono pagate 7 centesimi al chilo. Mentre i lavoratori vengono pagati 8 centesimi al chilo». Molinaro tra le righe fa capire che lo sfruttamento è una necessità di sopravvivenza per le aziende agricole.
La Coldiretti Calabria sostiene di aver scritto alle aziende che acquistano i concentrati di succo d'arancia per protestare contro i prezzi sleali pagati agli agricoltori. A oggi non ha ricevuto alcuna risposta. La Coca-Cola Corporation ha dichiarato che è in possesso di certificati che assicurano la correttezza della produzione e il non utilizzo di immigrati illegali sottopagati per la raccolta di arance. Ammette, però, che la multinazionale statunitense non è in grado di controllare ogni azienda produttrice di arance.

lunedì 7 ottobre 2013

#Alitalia #svenduta #18ottobre #fermiamocixfermarli

Il governo, che vede positivamente l'integrazione di Alitalia con Air France, starebbe valutando quale possa essere il soggetto pubblico per gestire l'operazione.
E' quanto emerge dall'incontro con l'azienda a Palazzo Chigi. Per l'esecutivo l'ipotesi francese, infatti, è considerata "la soluzione più realistica". Intanto non è stato trovato l'accordo per il rifinanziamento. Previsti per martedì altri incontri.
Si continua dunque a trattare a oltranza visto il nulla di fatto nel confronto di lunedì, mentre fonti vicine al dossier Alitalia giudicano la situazione della compagnia di bandiera "seria, grave e tesissima". Alla riunione, durata circa due ore, hanno partecipato l'amministratore delegato Gabriele Del Torchio, il presidente Roberto Colaninno, l'amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni, il direttore generale di Intesa Sanpaolo Gaetano Micciché, il ministro dello Sviluppo Flavio Zanonato e quello dei Trasporti Maurizio Lupi.
Alla richiesta se Mauro Moretti, l'amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, società indicata come possibile nuova azionista della compagnia aerea italiana, fosse presente all'incontro, una fonte ha detto che non c'era. Ma al riguardo è intervenuto anche il ministro Lupi dicendo che "il governo non ha mai proposto l'ingresso di Ferrovie in Alitalia", precisando di aver letto dell'ipotesi "sui giornali". Quello che si sta facendo, ha aggiunto, è "verificare come salvaguardare un asset strategico". Intanto, per martedì è in calendario un Cda di Alitalia a Roma, ma l'appuntamento potrebbe a questo punto slittare. Scaroni: "Non possiamo tenerla in vita noi" - "Non possiamo certo aumentare il fido ad una società il cui futuro non ci dà sicurezza. Se non riscuote la fiducia degli azionisti non possiamo tenerla in vita noi con il carburante": lo ha detto il numero uno di Eni, Paolo Scaroni, parlando a New York del futuro di Alitalia e del possibile contributo del cane a sei zampe.